L’ora di messa alta…

Annunci sponsorizzati



L’ora di messa alta                    

Papà Stefano era un uomo abbastanza devoto al culto ricevuto della educazione cristiana, recitava  le preghiere alla sera prima d’addormentarsi,e al mattino al  suo risveglio, faceva la comunione nelle feste di precetto, ma soprattutto santificava la domenica, partecipando alla messa;  questi furono i suoi primi  insegnamenti che  inculcò nel mio essere fanciullo.

Così papà Stefano, dopo aver passato circa cento giorni a monticare con la sua mandria, a settembre al ritorno dall’alpeggio, e tornato a casa Galei, nel primo giorno festivo domenicale, appena terminati i suoi impegni mattutini di mandriano, , si prepara per andare alla messa,

la messa alta…..

Appena dopo essersi sbarbato, ben lavato e anch’io, si mise il vestito della festa il più bello che aveva, era un doppio petto di colore blu gessato che si era comperato per il giorno delle sue nozze, poi si fece scivolare tre gocce di brillantina sulle mani ,che poi davanti allo specchio le strofinò tra i capelli, e col pettinino appena tolto dall’astuccio si pettinò guardando attentamente se l’onda lo potesse soddisfare nella sua vanità ; e poi! ,Via di corsa.

immagine di repertorio,questo era l'antica vasca dove mi lavavano al tepore della stalla

In fila indiana sul tracciato di un piccolo sentiero, io davanti e lui a seguire, un passo dopo l’altro passando dal casolare dei detti  Parpaì, arrivando al dosso che poi portava giù alla scuola, l’aria rarefatta ed il fresco venticello, faceva udire  l’eco delle campane Frainesi che annunciavano la funzione religiosa,e man mano che si scendeva, eccheggianti si udivano  anche quelle del campanili di Vissone, e degli abitati sottostanti.

Nel mentre si scendeva!

Sempre più gente si vedeva,

ci si salutava cordialmente, quanti giovani e giovincelle uscivano da quei villaggi, i camini fumavano e gli anziani  seduti sullo sgabello appoggiato al muro accanto alla finestra.

Le mamme davanti alla porta con in braccio il bambino più piccino, per loro la festa era ormai finita ! >Tenendo a braccetto la nonna erano andate alla messa prima<.      

In  quella bella giornata di fine estate ,camminando in quella mulattiera,il mio essere di fanciullo si arricchiva di nuove sensazioni.., luci ,scenari, contrasti di colori, tra prati , fra boschi di castagneti ,con il fondo coperto da fogliami ingialliti ,notai! vicino alle mura laterali della strada carrettiera,  appoggiati agli alberi, e lungo i sentieri degli archetti, formati con dei legni di nocciolo, e uno spago che teneva i due capi del legno con un buco passante da una parte,e che con un piccolo pezzo di legno chiamato <chiave>, faceva da trappola per quei poveri  uccellini che s’appoggiavano convinti di sfamarsi,era invece una esca, una trappola assai brutta da vedere,ed io piccolo  fanciullo camminai tristemente sempre più giù, verso la parrocchia  di San Lorenzo.            

Eravamo ormai dentro i villaggi di Lea circondati  dentro uno scenario di paesaggio illuminato  dal sole che tra i contrasti di  ombre trasformava  in tante tonalità il verde dei prati,  dei boschi,dei castagneti ingialliti, dei sassi imbanditi di muschio,mentre una dolce calura asciugava col passare delle ore l’umidità della notte e del mattino, i miei occhi guardavano da monte verso  valle  i contrasti delle tonalità dei campi , il disegno del fiume Oglio e i paesi pianeggianti con le  grandi fabbriche fumanti,  le sue strade; e la catena di montagne dell’altra sponda… papà Stefano mi scandiva i nomi di quelle zone, io incantato ad ascoltare, uno fra i tanti  ricordi,> chel la l’è an foér<è la ghè al pià de la Palo( quel paese si chiama Anfurro).   E quella cima piana che vedi! E’ il Piano della Palo’,.

Mi chiedevo! Se anche da lassù in quel paese ,qualcuno ci stesse a guardare, e vedesse le meraviglie che la vita ai miei occhi donava.

Però quegli archetti mi rattristavano, ce n’erano proprio in tutti gli angoli! Su alcuni c’erano attaccati dei poveri uccellini indifesi,  con una goccia di sangue che scendeva dalla zampa a lungo il corpicino intrappolato,e intrattenuto, lo guardavo…. svolazzante ,cinguettante,  piangente ;

io correvo in su e in giù, e a papà chiedevo ? Se si poteva fare qualcosa per liberarli, ma lui mi rispose: non toccare!  Non è roba nostra. Addolorato ubbidii, ma in cuor mio c’era un senso di disgusto…..

Ormai eravamo nei pressi del cimitero ,e in prossimità della parrocchia di San Lorenzo dove le campane suonavano a festa.

, Incontrammo delle motociclette e delle automobili, carenate e simili  a quelle che hai giorni nostri sono modelli  ormai d’epoca,

babbo mi spiegò che quelle persone in sella,o al volante  sarebbero salite al ristorante Stella di Val palot , dal detto Pierulì, o alla locanda Togni della  cugina Domenica Pe detta Catì dei  Beli, figlia di Giuseppe detto anche Patatò e Caterina Felappi .

In quel periodo alla antica locanda “Togni” la specialità era >gli uccelli  alla panna e  polenta<, una specialità.
Arrivammo sul sagrato,fra il frastuono del  campanile,io tenuto per mano dal babbo ci unimmo ai presenti nella  chiesa ormai gremita,

i bambini e i giovincelli nei primi banchi inn’anzi all’altare, e a seguire le ragazze e poi le donne dall’altra,  ci accomodammo vicino al confessionale,  papà mi prese la mano insegnandomi come fare il segno della croce, poi appena il confessore si rese disponibile, si inginocchiò al confessionale, io restai con le mani giunte rivolto  all’altare,  venne il momento della comunione, che papà andò a ricevere, nel frattempo mi piacque ascoltare il suono  di litanie intonate dall’organista e cantati dai presenti,

attimi ,momenti, ora !Riflessioni , alzai gli occhi guardai il soffitto,  dipinti che ispirano speranza, allora come adesso  … con la mia immaginazione vidi il mio fratellino che appena nato da due giorni ci lasciò , e la mia mamma con la corona che pregava per noi.      

Papà Stefano, mentre continuavano i canti,e finito il suo momento di raccoglimento, si alzò in piedi, dalla sua bocca uscirono alcune parole, guardai i suoi occhi chiari,  le sue ciglia bagnate , papà Stefano era un uomo dolce, educato ,timido e timoroso. In quel momento io non comprendevo tutto ciò, poi nel cammino della vita, pensando e ricomponendo nella mia  memoria il suo essere,analizzando. Papà aveva provato la guerra, la prigionia, che lui mi descrisse come un dolce ricordo, per i rapporti di grande cordialità con la famiglia che lo accolse, dove le autorità lo avevano collocato. Poi il ritorno alla casa natale accanto all’adorata mamma Maria, dopo sette lunghi anni,dal 1939 al 1946 il reinserimento nella famiglia, ricrearsi un suo spazio nella attività famigliare, nel suo amato lavoro di mandriano e casaro in comune con i tre fratelli, Antonio detto Tone dei Galey, Angelo detto Delisi e  Giuseppe dettoPolone.

Il suo matrimonio con mamma Angelina Alessi dei detti Cotolane che poco giorni  la mia nascita mori a soli venticinque anni;

Poi idi  nuovo il matrimonio con la cugina di primo grado  Felicita detta Lice Barbelò, la nascita della  sua e mia  amata Nadia ,nata il 19  09 1958,  una bella bambina sana, che purtroppo un giorno non so per quale causa  venne colpita da un virus che le fu  causa di una  una forte febbre ,il giorno seguente arrivo dottore e la visitò, le diede delle gocce e la bambina venne sfebbrata, ma poi nell’andare del tempo, verso i quattro mesi, si accorsero che Nadia, dopo i giorni di quella febbre non reagì più a nessun tipo di crescita mentale, la portarono nei centri specializzati per quei tempi e per le loro possibilità, la sentenza fu crudele, la piccola Nadia avrebbe vissuto da vegetale, essendo stata colpita da un encefalite, un virus  che gli danneggiò in modo irreversibile il sistema dello sviluppo e della crescita del cervello, e quindi portata a vivere la vita senza la possibilità dell’uso della ragione; Nadia visse con noi fino all’età di circa poco meno di 5 anni lasciando dentro di me ricordi indelebili  di un affetto profondo, vero….,  grazie a lei ho potuto capire e comprendere il senso dei colori della vita mantenendo nel mio profondo cose belle che agli occhi non si vede; ora vive presso la casa ospitale  Beato Luigi Palazzolo di Grumello del Monte (BG), seguita dall’affetto di persone che io ringrazio pubblicamente dentro questo scritto; come ringrazio le persone che ospitarono Nadia Pe  nel lontano 1963  presso ospizio Santa’Anna di Garlasco In provincia di Pavia,che in quegli anni ,io con papà Stefano o con mamma Lice, ogni mese andavo a fargli visita passando con lei momenti indimenticabili,  crescendo mi sono un po’ staccato, a volte mi sento un uomo piccolo, piccolo, ma nel mio pensiero non v’è giorno che per un momento non pensi all’indimenticabile Nadia felice ,felice, ogni volta che passo anche solo un’ora con lei.

Papà Stefano in quel periodo era un uomo ferito nello spirito: erano solo  pochi giorni che nella nostra famiglia era nato Aleandro, da noi chiamato familiarmente William, ma il destino lo lasciò vivere solo due giorni, ricordo di averlo visto mentre papà lo metteva in una piccola cassa di legno costruita artigianalmente da un signore un certo Zanardini Angelo  detto il Vesco>Vescovo< che abitava nel villaggio Prevedecolo ubicato appena un poco più in su, della nostra residenza Galey .

William aveva un viso dai lineamenti dolci, era illuminato dai raggi del sole che entravano dalla finestra e dalla porta della camera da letto, la stessa dove mamma Lice si trovava ancora convalescente, baciai in fronte quel visino di quel senza vita, arrivò il prete  e coi nostri parenti più vicini lo portarono via ,mentre io rimasi nella casa con la  matrigna e la piccola Nadia.

La messa stava ormai finendo, all’ora non si usava scambiarsi la stretta di mano in segno di pace o che il parroco dicesse (la messa è finita ,andate in pace) l’organo suonava e la voce dei cantori era alta ed entrava nel profondo del mio essere, mentre uscimmo mettemmo le mani nell’acqua santa e ci facemmo il segno della croce.

Appena usciti sul sagrato,in compagnia di conoscenti come da usanza scendemmo all’osteria , mi comprò un gelato sciolto da 10 lire,mentre in compagnia di alcuni mandriani e parenti sorseggiarono scambiandosi la cortesia, alcuni calici di vino mischiato a gazzosa.     

Ripartimmo di nuovo verso la Val Palot, papà  salendo stava in compagnia di un signore che abitava dalle nostre parti, io correndo li distanziai e saltando da una radura all’altra a guardare quegli archetti, che erano  postati dappertutto,e fu per me gioia, vedere che su quelle trappole non ci stava neppure un piccolo uccellino.

A metà della salita che portava in Val Palot arrivò un camioncino simile a quelli usavati nella seconda guerra mondiale, si fermò e ci diede un passaggio. Io, che ero più avanti, sentii la voce di mio papà che mi chiamava, ritornai sulla strada salii e mi sedetti sulle sue gambe, mentre si parlavano quel signore chiese a papà Stefano se ero figlio dell’Angelina, papà confermando aggiunse che ero sempre di corsa e che sembrava avessi l’argento vivo in corpo e qualche volta mi sarei perso fra quei sentieri, io risposi che volevo guardare su quegli archetti se c’erano ancora degli uccellini e parlando tra loro si dissero che era ancora troppo presto per le passate degli stormi , e che per gli uccellatori di frode era inutile rischiare di farsi prendere o di farsi tagliare gli archetti dagli squadrì ( guardaboschi).

Arrivati nella piana di Palot  corsi subito verso i Galei, le mucche erano ancora al pascolo e io presi l’adorata cavallina NizzaStella la portai vicino alla fontana e mentre nessuno mi vide gli salii in groppa e me ne andai a fare un giro al galoppo, quella fu una delle mie belle giornate trascorse tra il verde della Val Palot.

Faccio seguito a questo racconto,

la poesia che ho composto e dedicato a lei

Alla amata Nadia    

.
Nessun commento presente.

Nessun trackback