La mia amata Nizzastella

La mia amata NizzaStella

in questo scenario con veduta di vissone potete notare ingrandendo l'immagine il casolare ruch o meglio Ronco dove passai parte dei miei pirmi 5 anni di vita è il casolare dove fin dal 1947 i nonni alessi andarono a vivere

in questo scenario con veduta di vissone potete notare ingrandendo l'immagine, un casolare immerso nel verde,è segnato da un cerchietto ed è il Ruch o meglio ronco quì vissi alcune delle mie prime stagioni di vita con i nonni Alessi che vi risiedevano dal 1947

Questo racconto non è legato alle origini Pe ,ma ha rappresentato per me i primi approccio con i sentimenti e le emozioni  che ti portano a forgiare il tuo essere sul sentiero. della vita. Nei giorni di marzo, quando avevo circa quattro anni e mezzo, come era consuetudine, passavo alcuni periodi dell’anno nella residenza dei nonni materni.  Giovan Maria Alessi,e Rosa Alessi,che insieme ai figli ,Angelo detto Liperò, Giovan Maria, detto Bogia, Giacomina detta  Nina e L’ultima nata Livia. Il casolare  abitato Ruc> Ronco<casolare ruc ora sulla strada tra fane e vissone,era un cascinale rurale povero con terreno coltivato a foraggi con grosse piante di castagno e altri frutti,il cascinale  si trova ubicato alla sinistra dell’antica mulattiera che incontra salendo  villaggi  e castagneti ,prima di  arrivare a Vissone e poi man mano salendo,il caseggiato Facala, il prato del Lazzaretto e tra piante di Nocie e diCiliegi,  attraversando segaboli si arrivava  alla pozza che ai giorni nostri anno formato artificialmente il laghetto di Monte Campione. In una mattina soleggiata, fra gli ombrosi  castagneti, vidi apparire la sagoma di un uomo  che appoggiava la sua lenta  camminata ad un bastone curvato (il bastone di nocciolo era comunemente chiamato Ferla che è anche ben descritto da Gabriele D’annunzio nella poesia (I Pastori.) Quell’uomo era  Papà!  Aveva attraversato i crinali in discesa e proveniva dallaVal Palot .)Io adoravo tantissimo stare con i nonni materni ;mamma Angelina era per tutti una persona buona, incapace a qualunque piccola  disobbedienza ed essendosene andata ad altra vita appena 43 giorni dopo la mia nascita, lasciò un vuoto incolmabile dentro lo spirito di tutti i discendenti Alessi detti (Cotolane) ed a numerosissimi conoscenti abitanti nella zona che da Artogne porta fino agli abitati delle zone limitrofe di monte e valle . Al suo arrivo abbracciai  con entusiasmo il babbo,le prime parole furono caro Fulvio dobbiamo andare per le vaccinazioni che li per li   non sapevo cosa fossero,ma poi lo ascoltai  confabulare con nonna Rosa della sua intenzione di portarmi con lui  che si era risposato, ed avendo avuto una bambina di nome Nadia molto malata, aveva  quindi,  bisogno che anch’io dessi una mano nell’accudirla, mentre loro erano impegnati nel coltivare i nostri Prati valligiani  ed accudire il  bestiame, unica fonte di reddito e di sostentamento alla nostra famiglia. Quando sentii quel bisbiglio di parole dialettali un po’ ad alta e un po’ a bassa voce, come era abitudine esprimersi allora e a volte  anche hai nostri giorni  nell’ascoltare parecchi abitanti che vivono o provengono dalle zone di Vissone, Piazze  e dei tanti  caseggiati  presenti dentro gli scenari  della zona che sto a raccontare.

In quegli istanti infiniti senti qualcosa dentro il mio piccolo essere, mi sono sentito come se le mie autodifese  ,fossero smarrite ,quegli istanti pervasero il mio stato di piccolo essere indifeso .
Al sentire quelle frasi, e in preda ad uno stato di confusione, decisi che dovevo scappare,mi nascosi sul fienile, aprii la porta e poi la socchiusi come meglio potevo, con un balzo andai  sulla tratta del fieno, momenti di confusione ,disinnescati dalla voce dolce e persuasiva dell’amato zio Angelo, e mentre mi parlava !diceva: “ (Al so an do che te set, e so dela pila del fè e preocupet mia che apena che sto bè egne an so me a tot, et capit? Somelec d’ en somelec” e poi continuando ”Nomm dai e so de lè che tel se’ che me fa’ mal al pe, e se te me fe gnì le ammess al biom del fè te me fe ciapà l’infesciù! Olet fam murì? Arda che dopo al to pare al te pica! Dai nomm desmet de fa’ tribula’, arda che dopo al to papà al te fa’ piò a gni en zò! Olet piò idil al to zio?”.egnaro ansò a tòt. Apeno staro bee)
Nella traduzione….
(Zio Angelo detto( Liperò Cotolano) era mio  padrino di battesimo, conosceva bene il mio carattere, quindi ,con voce calma e suadente, mi chiamò! Disse di sapere dove mi ero nascosto e di conseguenza di scendere dalla catasta del fieno, e di avvicinarmi a lui :con parole dolci ed affettuose come solo zio Angelo sapeva dirmi , promettendomi ,che  appena guarito sarebbe venuto a riprendermi e riportato con loro. ( zio Angelo fin dai giorni della mia nascita si   ammalò di una malattia detto il Morbo di Bourgher  o più diffusamente chiamata in quegli anni,( il male del fumatore) nei suoi racconti diceva che quel male era dovuto al morso di una vipera mentre era all’alpeggio nella malga Bassinale,quella malattia lo portò a vivere una vita di sofferenza e di handicap finchè, verso i quarantanove anni morì, lasciando dentro di me un ricordo d’affetto e d’amore fraterno).
Lo zio  fu persuasivo ,e così scesi dalla fieno e mi strinsi fra le sue dolci braccia ,così piano ,piano lui  zoppicando mi portò giù in casa dove c’era la nonna e papà Stefano pronto a riportarmi con lui.
Nonna Rosa mi preparò nello zainetto che zio Angelo mi aveva comprato delle pagnottine chiamate (sfongadò), dei quadratini di zucchero e del cioccolato. Papà Stefano le disse di non viziarmi troppo e di non darmi più niente da mangiare perché dovevo andare per le prime ore del pomeriggio a fare una vaccinazione.
Mentre nonna Rosa e zio Angelo ci salutavano  lo zio  era seduto sul davanzale della fontana e nonna Rosa era uscita nel cortile adiacente il casolare , e nel accompagnarci  disse: “ Arda Stefen de lasal gni in zò a mo che chel cot  io’ perché quando al vede me somea de idì a mo la nosa cota “ : Papà Stefano rispose “ Ardì Rosa che se al porte mia an so’ adess che l’è picinì dopo al vegnares piò an so’ a la so ca’, perché la so ca’ l’è chela là!”. Lo zio Angelo gli disse “ Se ma noter an vegnarà a mo a tol al cot ogne tat, se l’è gnit grand fino adess, al morarà mia se ogni tat al vegnarà an zo’ che con nu,”. Papà Stefano disse “Va be’ va be’ dopo an vedarà an tat salude.”.
Nella Traduzione:
Nonna Rosa cerca, con modi confidenziali, di convincere papà Stefano a farmi ritornare da loro a passare qualche periodo anche in futuro , spiegando ,che per lei essendo io il figlio della sua adorata e indimenticabile figlia defunta, erano per lei attimi di sollievo e conforto  al suo dolore. Inoltre zio Angelo aggiunse che avendo io vissuto  parecchio tempo in quella casa, e quindi crescendo anche con loro,ero buona cosa io passassi man mano qualche giorno nella loro famiglia.
Papà risponde in modo un po’ vago, non confermando né smentendo, e così si salutarono.

NONNA ROSA ALESSI

Nel salutare io baciai prima nonna Rosa in fronte e poi zio Angelo sulla guancia, ad entrambi scendevano le lacrime, e anch’io, ma nel mio essere avevo capito che dovevo seguire il mio papà, che comunque sentivo nel profondo del mio cuore.

l'indimenticabile zio Angelo

Scendemmo lungo la mulattiera che portava a Solato, sulla strada papà si incontrò con un certo Pagì, ci fermammo e papà scambio alcune parole con il buon conoscente che di mestiere, oltre che il contadino, trafficava nell’acquisto e vendita di pecore e capre, ma in quell’occasione parlarono pure di una puledra che  papa avrebbe acquistato.
In quegli anni precedenti a quel giorno,  di tanto in tanto scendendo nei mie vaghi ricordi di fanciullo rammento di avere visto  papà ,alcune volte in  groppa ad un cavallo!
Nel mentre riprendemmo il percorso .
Gli chiesi se mi avrebbe fatto salire anche me in groppa ad un cavallo  allo stesso modo come sapeva e piaceva   a lui.
Papà , di risposta mi disse: Fulvio!“ho comprato una bella cavallina!vedrai ti piacerà”, nel mentre iniziò una pioggia battente  papà  era abituato ai cambiamenti atmosferici della zona e come sua abitudine si era portato  il suo grande  ombrello da mandriano che riparava entrambi, così scendendo ,scendendo  lungo un sentiero tra ricci di castagno e fogliame appassito sotto la neve appena  sciolta, ci trovammo a Solato.
Entrammo in un bar chiamato “l’Ombra”, aspettammo che quella pioggia di marzo, lasciasse spazio a dei raggi di sole, poi scendemmo lungo una mulattiera fra prati da me conosciuti e in  poco tempo  a passo svelto arrivammo a Gratacasolo, aspettammo l’ora della vaccinazione, ed io per la prima volta, mi trovai in gruppo con  altri numerosi bambini .
Rimasi estraniato da quei gruppi e da quei giochi  che sentivo non mi appartenessero.
Noi piccoli fanciulli cresciuti , lassù fra i monti, giocavamo come nei tempi ancora più lontani e  i nostri giuochi preferiti si svolgevano imitando l’antica attività di origine che   fin dai tempi dei nostri antenati era quella   di,
mandriano e malghese .
I nostri oggetti di divertimento! Erano finti animali costruiti di legno dai nostri famigliari , cioè  pezzi di  legno nocciolo con forme che nulla avevano a che vedere con la sagoma dei vari animali, i nostri erano pezzi di legno tagliati lavorati con un piccolo arnese chiamato(roncaì)roncola  e  dopo essere stato lavorato con esperte mani, ed erano da noi riconosciuti e chiamati comunemente a secondo della sagomatura come, mucca, , cavallo, maiale, pecora, capra o vitelli; le stalle o i posti dove si mettevano a riparo i vari bestiami ! Erano pure loro costruite con pezzi di legno che si appoggiavamo per terra, e messi a forma rettangolare,mentre !i nostri alpeggi immaginari erano gli angoli più nascosti della stalla o del fienile, oppure  sul davanzale di una finestra, ma ! Sempre  portavamo le nostre mandrie a pascolare .
Quel giorno comunque nell’attesa , io rimasi estraniato  e indifferente ai divertimenti dei bambini presenti, fino quando, arrivò  il medico che mi iniettò  la vaccinazione;
Finalmente uscimmo da quella casa inserita nel contesto di una scuola e con papà  ci incamminammo su una stradina di selciato che  ci portò fin  dove iniziavano le prime radure e poi i castagneti. C’incamminammo in quella stradina senza asfalto chiamata via Valeriana, camminando camminando la fame si faceva sentire  mentre ricominciò a piovere, e sotto l’ombrello io e papà dividemmo quella pagnotta dolce che nonna ci aveva messo come merenda  fra le 4 cose del mio misero vestiario, e finalmente arrivammo ad una fontana nei pressi di Artogne, lì i miei occhi rimasero piacevolmente abbagliati da una bellissima puledra  legata al muro di una fontana.; ad attenderci c’era un signore che stava parlottando con un’altra persona, e alla vista di papà e dopo i convenevoli le disse: (“sta tranquil che chesta che l’è stesa a la so mama, la ubidis e te podarè doperala a mò staolta a na ammùt, e po’ se te la bvituet la tira anche la reala.”, papà Stefano gli rispose: “ speròm, speròm” e lui di rimando: “no no, te edarèt che te la doperarèt za staolta a na ammut! Net andoe de mutt?” domandò inotre quel signore, e lui rispose: “nò ambasinal, l’è ampo’ de agn’ che nò fo le, gh’è fo dei bei maresk, e po’ gh’è na bela casina, e po’ gh’è fo i barek se al vè dei brocc temporalù, e po’ ghe è dele bele piane, pok perigoi e po’ gh’è le pose del’aiva , al set mia chel chel vol dì!”). Quel signore nel frattempo fa anche una raccomandazione: “sbugela po’ mia fo e po’ daga de mangià an tat che l’è picinina perché de nigot sen caa nigot! An tat te salude!” esclamò quel signore.
Spiegazione del confronto dialettale:
Quella persona si mostro sicura di aver dato a papà  una puledra di sicura provenienza e abilissima ai servizi ed uso che lui ne aveva il bisogno, spiegando le origini e la sua derivazione,, spiegò inoltre che per  poterne fare uso al più presto, bisognava non fargli mancare l’alimentazione adatta per la sua crescita e poter quindi

in questa immagine di repertorio la sella che il papà stefano acquistò insieme a nizzastella e che anche io gli salivo in groppa

utilizzarla in tempi molto brevi,in oltre il signore che ci aveva venduto la puledra  durante il dialogo con papà,gli chiese in’oltre  in quale malga della stagione a venire avrebbe alpeggiato . Papà rispose! Che, era ormai consuetudine monticare presso  Bassinale, dove c’erano ottimi pascoli, una discreta baita per produrre burro e formaggi ,covili per il riparo della mandria nelle notti tormentose  che serpeggiano a volte in quelle alture e grandi (barec )all’aperto per la mungitura ’era inoltre un posto poco pericoloso essendoci molte piane da pascolare e inoltre una cosa fondamentale acqua in abbondanza per abbeverare la mandria.

Così ci incamminammo lungo la strada del ritorno verso casa, io tenevo fra le mani la corda di corame  collegata  alla( bria )   della piccola puledra mentre il babbo gli teneva la coda. La giovane puledra camminava spedita prima sul falsopiano, poi in salita, su quella mulattiera piena di sassi e scivolosa dall’acqua che ad intermittenza tra qualche raggio di sole cadeva soave sulla schiena sudata della cavallina che io, in quello scorcio di viaggio, già avevo preso confidenza. Guardavo il suo viso, che a volte nitriva, con quella stella sulla fronte, era una puledrina di razza avelliniese di colore biondo rossiccio.
Io e papà di comune accordo decidemmo di chiamarla Nizzastella e salendo salendo dopo Solato svoltammo a destra, ci incamminammo dentro il bosco, attraversammo il torrente Palot e salimmo da Longhe verso Fraine. Arrivati nel centro del paese ci fermammo alla fontana, la mia Nizzastella si abbeverò, io rimasi con lei, mentre papà Stefano si fermò prima a bere un calice nell’osteria del Carlì, poi busso alla porta della bottega dell’Antonietta, la fornaia, che, in quel lunedì pomeriggio, era chiusa per turno, venne alla porta ci diede un sacchetto di pane che papà Stefano mise nello zaino, si salutarono e ci riavviammo verso la Valle. Saliti al cimitero ci fermammo, legammo Nizzastella alla porta, e noi entrammo a porgere un saluto a mamma Angelina, poi mi invitò a dare un bacio alla fotografia del piccolo monumento alla sua memoria, un saluto a zio Antonio, a nonno Menego e nonna Maria Cecilia, e all’ultimo genito Beniamino amato fratello di papà Stefano, disperso nell’isola di Corfù nel 1943 durante un’inboscata  ordinata daAitler contro i soldati Italiani fino ad allora suoi alleati.
Poi riprendemmo il cammino, lungo il tragitto tenevo la corda dell’ormai mia Nizzastella,abbiamo cmminato in leggera salita su una strada carrabile, senza asfalto.
Papà Stefano mi convinse a dire una preghiera che io recitai ad alta voce, poi con fra le mani un pezzo di pane appena comprato, io e papà Stefano prendemmo di nuovo una mulattiera stretta e ripida, nascosta tra i noccioli, con pezzi di neve ghiacciati che ci cadevano sulle spalle, fino ad infradiciare di umido quel cappottino che zio Angelo mi aveva comprato a Brescia quando andava in ospedale per le sue continue cure.
Il sole tornava a splendeva dietro le nuvole e nel silenzio fra i rumori battuti dei ferri al passo della nostra Nizzastella lungo una mulattiera  arrivammo in Prevalada ,

in questa immagine di repertorio degli anni 1930 mi identifico in questo racconto,è l'immagine che mi ha ispirato a raccontare questa che è tra le mie primissime emozioni d'infanzia, anche noi ci fermammo in quel sto posto ,per papà come lui con il suoBABBO,e come tanti altri abitanti della val palot si fermavano li in Prevallata prima di entrare nello scenario luminoso della val palot ,li era era abitudine fermarsi per la così detta POLSOH

e poi all’imbocco della Val Palot, camminammo su un largo  sentiero pianeggiante  fino ad una discesa che ci portò  alla scuola dove tempo dopo feci la prima elementare, e dove ai nostri giorni è stata ristrutturata come   Chiesa degli alpini.  Gli camminammo a fianco e poi salimmo ancora dalla  mulattiera che porta ai Togni e, passando di fronte al piccolo monumento alla memoria del fu Felappi Giacomo che  raccontato da papà ! Mori ,cadendo dal suo cavallo per una morte improvvisa:    , porgemmo un saluto.

Arrivammo ai Togni ci fermammo, io tenevo l’amata Nizzastella, papà Stefano andò a scambiare quattro chiacchiere con la cugina Catì che gestiva la trattoria dei Togni, che in quei anni, con l’avvicinarsi della strada, cominciava, oltre che essere punto di aggregazione tra  vecchi e giovani mandriani fra gitanti e   villeggianti che nei giorni  festivi  salivano  attraversando torrenti tra prati e fra boschi, rincontrando   con i giovani del posto, che si allontanavano in periodi dell’anno e tornavano per le feste e le sagre; insieme si gustavano i piatti prelibati  cucinati con funghi, panna, burro, pollame e polenta dalla dolce e decisa Catì.
Il suo nome era  Caterina Pe, cugina di secondo grado con papà Stefano e figlia di Giuseppe detto Giosep belo e  Caterina Felappi, sorella del papà del marito di Caterina, Giacomo.
Il cielo lassù era azzurro e prima del tramonto arrivammo a casa Galei, mamma Lice e zia Menega erano lì ad attenderci aspettando però il Babbo per mungere le nostre mucche.e per quell’antico mestiere che da secoli era tradizione dovere (del règula le ache..)
Tutti eravamo felici e soddisfatti quel giorno e sul viso di papà Stefano splendeva un sorriso smagliante, poi mi disse di portare un po’ di fieno alla piccola Nizzastella che io eseguii con grande entusiasmo.
In quella stalla quella sera la dolce Nizzastella mangiò oltre alla sua razione di fieno un beveraggio fatto di siero ,di latte e farina che papà le portò nel(Parulì) paiolo.
Al calar della notte  io con mamma Lice  alla luce di una centilena ritornammo nello stallo a rivedere la nostra piccola puledra, era lì distesa che si riposava io mi avvicinai e  gli passai una  carezza sul suo viso. Ela sua bionda crina
Quella sera nonostante il distacco da nonnaRosa e dai miei cari Alessi, mi addormentai felice  con nel cuore l’adorata Nizzastella.
I giorni passavano ,Nizzastella cresceva e le parole pronunciate da quel signore che trovammo giù alla fontana ad attenderci e darci la puledra , furono di buon profeta, per circa tre anni la nostra puledra ormai  cavalla, fu per la nostra famiglia un aiuto insostituibile,il babbo saliva in groppa  a notte fonda con in groppa da casa Galei e all’alba attraversando crinali , cime ,e dossi aveva già raggiunto la malga Bassinale, alcune volte portò anche mamma Lice,  qualunque lavoro era  disponibile e infaticabile ,finche un giorno   papà   la vesti di (basto) la caricò di burro e stracchini e scese per venderli nel  giorno di mercato a Pisogne ; Partirono mentre io ancora dormivo!
Ricordo !che era un giorno soleggiato d’autunno , passammo  la giornata su al villaggio di casa Galey e mentre il sole stava scemando io e mamma lLice vedemmo giù infondo alla valle la sagoma di papà con un brutto e grosso asino grigio ,l’aveva scambiata con l’aggiunta in suo favore di qualche soldo, che lui giustificò ai rimbrotti della moglie di averne urgentemente bisogno;
così ,convinto di avere fatto un affare ,ancora ,con la dolce Nizzastella. ….
Ed io ….da quel giorno….  ogni volta che mi aggiro tra i monti, e vedo un gruppo di cavalli avellinesi,
penso alla mia ….semplice,           …cara ,        ….amata,
…..indimenticabile.
Nizzastella.
  • #1 scritto da pe patrizia
    circa 6 anni fa

    Mi spiace x la tua amata nizzastella, ma sai ognuno a modo nostro facciamo degli sbagli.
    Sai il mestiere del genitore non è tanto facile, ogni singolo giorno c’è sempre da imparare.
    CIAO!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

Nessun trackback