Novita

lA FESTA DELLA MADONNA DELLE lONGHE


Nei pressi di alcuni cascinali sparsi sotto Fraine,c’è la chiesa di Longhe, salendo, sta sulla destra di una mulattiera. I viandanti dei tempi passati, arrivando da Pisogne, Lovere, Gratacasolo o Darfo, attraverso Piancamuno, salivano Solato camminando a piedi o in groppa ad un Asino, di un Mulo, o ad un Cavallo , salivano immersi fra i boschi fino ai paesaggi dello scenario che forma la Val Palot; e salendo fino alle cime dei monti soprastanti. Andando verso il monte Guglielmo,e poi scendendo a incrociare il sentiero diretto, uno verso le croci di Zone, o quelle di Marone, oppure seguendo l’itinerario della cresta verso i Trentapassi, camminando ad incrociare il sentiero della storica via Valeriana o Valessiana, dove, scegliendo il sentiero Romanico, si arriva passando per la Chiesa di Santa Maria del Giogo, scendendo a Provaglio e poi seguendo sempre l’antica direzione si può scendere a Gussago, o Concesio e poi Brescia, scegliendo l’altra direzione si scende a Toline e proseguendo poi, per Pisogne e poi su verso la Valle Camonica La chiesetta, dedicata alla visitazione di Maria ad Elisabetta, è immersa tra i castagneti oltre a altre varie piante fruttifere, che nei tempi andati erano una buona ricchezza, ed è in oltre, allora come adesso ,l’ideale nel periodo che va da primavera inoltrata ai primi giorni d’estate per trascorrere una quieta giornata in compagnia, seduti ad oziare sul prato ,e all’ombra della piantagione in fiore. Si racconta, però! Che nel periodo a cavallo tra il 1440 e il 1480, nella zona che divide i prati di Frainesi da quelli di Campedei, alzando gli occhi e guardando dalla destra di Fraine, si può osservare il corno del diavolo, e da lassù, abbassando gli occhi, si può notare nel mezzo di una radura una sorgente che scendendo raccoglie le acque di altre vene acquifere , e che, man mano unendosi lentamente scendendo formarono un piccolo torrente. In quel periodo del 14 secolo la zona fu inondata da forti e lunghe piogge, la caduta di massi proveniente anche dalla parte in prossimità della sopracitata corna fece formare un laghetto che in poco tempo raggiunse un livello pronto a tracimare. Gli abitanti di Fraine, di Longhe e di tutti i casolari esistenti a quei tempi nella zona, pensando che la forza di quell’acqua, scendendo tutta di un fiato, si portasse via, insieme agli affetti, le loro dimore, devastando le terre, mezzo di sostentamento insostituibile per la sopravvivenza.

Quelle genti, guardavano il cielo pregando; poi la piccola diga naturale formatasi si aprì, l’acqua scese con forza e si portò via i caseggiati di forni e fucine, mentre lasciò indenne Fraine, i caseggiati di Campedei e i terreni delle Longhe e limitrofi. Così in quel periodo, per ringraziamento alla Madonna, gli abitanti insieme al proprietario terriero di quella lunga lista di terra sottostante il centro abitato, un certo Lorenzo da Fraine, in accordo con le autorità ecclesiastiche di quell’epoca, costruirono la chiesa.! Negli anni a venire, nei periodi delle forti piogge ed inondazioni, si era inventata una storiella che raccontata nel dialetto della zona diceva così: “ tira tira dragù” e di risposta: “ pòde “mia, perché gh’è Maria e Lorensù”. La storiella appena raccontata in forma dialettale, spiegava come il Diavolo, nell’immaginazione delle genti, stesse tirando quel corno, e tirando, tirando, non riusciva a spostarla perché glielo impediva San Lorenzo, patrono di Fraine, e appunto, Maria ,” Madonna delle Longhe.” Negli anni che vanno dal fini medioevo, ai primi rinascimento e di la da venire, l’autorità clericale dell’area Bresciana proseguendo nell’opera pastorale, di tanto, in tanto, per occasione fecero visita alla Chiesetta della Madonna delle Longhe; dando ordine di alcuni interventi per sanificare l’edificio; primo,”affrescarla; si racconta in’oltre,di San Carlo Borrome nel suo viaggio iniziato da Brescia, salendo lungo la Val Trompia, passando dal colle di San Zeno, scendendo per la mulattiera, che passando nel mezzo della Val Palot, e camminando in discesa, si arriva alla chiesa.

Durante il suo passaggio San Carlo dispose alcune modifiche, fra le quali ,cintare tutto intorno al portico anteriore alla chiesa, e ordinò inoltre, di ampliare l’altare ,mentre la cassetta delle elemosine doveva essere sostituita con un’altra,, che avesse almeno due serrature! Degli ordini impartiti durante la sua presenza , non tutto venne rispettato. Nel 1593 il vescovo Giovanni Francesco Morosini, anche lui in visita pastorale non ne rimase gran che soddisfatto. Nel 1594 si racconta inoltre ,che la zona fu colpita da un’epidemia di peste, tutti gli abitanti della zona, che da fondo valle ,a ,fino dentro le radure, avevano assistito impotenti al flagello di tanti congiunti, e così, sconvolti dalle disperazione, si riunirono, andando in pellegrinaggio ogni giorno nella chiesa della Madonna delle Longhe. Da racconti tramandati,si dice che, il 31 Maggio ebbe inizio una incessante preghiera,e che per l’intercessione di Maria, l’epidemia venne debellata definitivamente, il 2 luglio dello stesso anno. Così i sopravvissuti con i loro sacrifici, fecero la totale ristrutturazione della chiesa, infatti il visitatore cancelliere Aurelio Averoldi nel 1599 trovò la chiesa in ottima salute ma quasi soffocata dalle piante di castagno che la circondavano, e quindi ne ordinò il taglio da compiere nel più breve tempo possibile, pena per i credenti devoti alla visitazione di Maria a Longhe, la non ammissione ai sacramenti della chiesa.

il gruppo musicale che si vede in questa immagine ,negli anni 1925/40 a partecipato ad alcune feste a fraine e sopratutto nel giorno della madonna delle longhe rendendo con la loro musica la giornata gioiosa.

in questa immagine Gennaro Pe figlio di Antonio Detto Tone Dei Galei E Domenica Pe Barbelò Mentre è al travaglio durante il tagli del fieno maggengo proprio nel periodo del giorno della festività della Madonna delle Longhe

immagine del 02 07 1960 mia sorella Nadia in braccia mamma Lice, poi papà Stefano la nipote Ester Carrara con Mamma Margherita Pe Zia Cecilia Bonometti, il Marito Angelo Pe poi Gennaro Pe ed io il bello

.

La stagione dell’anno che precede l’evento della ricorrenza della visitazione di Maria a Longhe; è periodo, allora come ora, di intenso travaglio per i mandriani che vanno a monticare su nelle numerose malghe soprastanti,il lavoro che li aspetta, è molto impegnativo, abituare la mandria all’altura, metterle al riparo delle intemperie e a trascorrere le notti sotto le stelle dopo le stagioni passate nel tepore della stalla, come era soprattutto fino a qualche decennio fa, poi fare la mungitura che nell’inizio stagione all’alpeggio è molto prolifica, quindi organizzare per la trasformazione del latte munto in formaggio da stagionatura e burro da vendere settimanalmente al mercato ,oltre ad altre varie operazioni malghesi; insomma! Un travaglio di notevole impegno; nello stesso periodo nei vari villaggi della valle che vanno dagli 800 a 1200 metri, dal 15 maggio in poi, le famiglie si adoperavano con i loro figlioli fin dalla adolescenza,ad eseguire la lavorazione dei terreni; iniziavano dove i prati erano più rigogliosi e pronti per il taglio e la essiccatura, e quindi trasportare il fieno fino dentro i fienili dei cascinali per la stagionatura del primo taglio, genericamente chiamato maggengo.

Ma per la ricorrenza del 2 luglio la stragrande maggioranza dei mandriani malghesi, trova il modo e il tempo di scendere a valle e congiungersi alle loro famiglie e festeggiare tutti insieme, la Madonna delle Longhe: al mattino alle ore 10 erano tutti puntuali ad ascoltare la messa solenne celebrata nella chiesa. In quel giorno, negli anni a cavallo tra il 1958 e 1965, periodo della mia memoria raccontata, erano gli anni in cui molta gente e quindi tanti nostri parenti Pe avevano abbandonato o stavano abbandonando le tradizionali dimore e gli antichi metodi lavorativi che per secoli aveva scandito i giorni,e la vita degli abitanti, e soprattutto delle nostre famiglie; In’oltre, per il giorno della ricorrenza, in concomitanza con il completamento della strada carrabile che da Pisogne porta alla Val Palot, per molte persone nate e cresciute nelle zone frainesi e nei villaggi valligiani della zona, che negli anni dopo la fine della prima guerra mondiale, e fino ai giorni delle mie fanciulle memorie erano emigrati, abbandonando per vari motivi, gli amati posti. Ma per quel giorno!E con la possibilità per qualcuno di poter disporre di una autovettura, e altri arrivando con utilizzo della linea del treno che da Brescia porta a Edolo, ma soprattutto utilizzando il pullman che da Pisogne faceva linea a Fraine, e che in concomitanza con l’avvenimento di quel giorno, l’amministrazione comunale in accordo con gli organi competenti,ordinavano in base al fabbisogno il numero delle corriere e la moltiplicazione delle corse da effettuare su e giù da Pisogne a Fraine, questo per soddisfare le esigenze delle tante persone, vogliose, di passare quella giornata, di devozione e di festa. L’intensità del potersi ritrovare e rivivere momenti e memorie che passavano dalla fanciullezza ai primi passaggi sugli alpeggi,ricordare l’adolescenza ,i primi approcci d’amore con le care coetanee, poi il dovere militare, la chiamata alle armi , la seconda guerra mondiale, la prigionia o le lotte partigiane, poi finalmente il ritorno fra le amate cose , e ancora, l’aver dovuto abbandonare gli amati monti per il futuro dei propri figli che crescevano e i genitori invecchiati e di qualcuno che di già se ne era andato all’altra vita,”il ritrovarsi… il… raccontarsi… Era così per tanta gente ma per le famiglie Pe, che voglio raccontare, era ancora più un avvenimento, il poter condividere tradizioni, raccontarsi aneddoti e tante, tante emozioni. E per papà Stefano, zio Angelo, detto Delisi, zio Giuseppe, detto Polone, che ancora andavano a monticare con lo zio Giuseppe, detto Pepo, marito di zia Felicita, di Predalba e della Margiulì, insieme alla zia Domenica, detta Menega, moglie del defunto zio Antonio, detto Tone dei Galei, della mia amata e indimenticata zia Cecilia di Palot, e della ziaElisa detta”Pina “del Chigarlesso, e tanti altri , dire il nome potrebbe essere banale soprattutto col rischio che solo qualcuno possa…………. ..io dimenticare. Noi che vivevamo su in valle, per fare il pranzo tradizionale del 2 luglio, portavamo i prodotti che si producevano all’alpeggio o nelle nostranita delle piccole fattorie dove anche io provengo, dalla soppressa alla formaggella, dal salame, al buon formaggio, e uova cotte da fare in insalata, non dimenticandosi mai il buon burro da mettere nel panino con l’aggiunta ’di marmellata e zucchero per noi bambini. Tutto questo ogni famiglia lo metteva in un suo zaino che noi fanciulli su ordine dei nostri genitori ce lo scambiavamo sulle spalle man mano lungo il sentiero.

Il momento più solenne per i nostri genitori lo carpivo dai loro sguardi nell’incontrarsi ; fratelli e le sorelle a volte con mogli e mariti, a volte soli, ma sempre si leggeva nei loro occhi la gioia nel rivedersi, abbracciarsi, ascoltando il suono di voci care . Il telefono non era abitudine e poi nella zona ne esistevano forse 2 o 3 . Non sempre, comunque, tutti potevano presenziare nella stessa giornata dello stesso anno,sempre presente però la zia Francesa residente a Grignaghe col marito Costanzo Felappi; mi colpì l’abbraccio tra lo zio Pietro, detto Piero di Monno, che da quelle parti lo chiamavano “il Fraine” e lo zio Francesco detto Cesco che proprio in quel periodo, dopo alcuni trasferimenti si era sistemato nelle zone della bassa cremonese, se appena riusciva non mancava lo zio Domenico detto “ il Monta” che morì ai primi di Settembre del 1976 colpito da un fulmine dove si stava riparando con il suo cane pastore sotto un larice , da un forte temporale mentre era a monticare nella malga di Val Mezzana e Ramello nei pressi del Monte Pora Bg, quella che fu la stessa sorte che colpì il suo bisnonno ”Francesco”nato nel 1788 ed è per i cugini Meneghei a cui io appartengo trisavolo, e che, grazie a lui con il figlio maschio Giovanni detto Bel che generando Giovanni Francesco detto Belo” e Domenico detto Menego” generarono due nidiate una mantenne il soprannome di Belo e l’altra il Meneghel. In una di queste giornate vidi arrivare pure la zia Margherita detta Gheta sposata Giovanni Carrara accompagnata dalla figlia Ester con il consorte che portava con se una macchina fotografica con cui mi fece la prima fotografia che io ricordi”, una volta arrivò la zia Maria sposata Boldini dei detti “Balantì” col figlio Domenico, non mancava mai la zia Francesca detta Cesca e il marito Costanzo; un giorno vidi pure arrivare la zia Giulia dette Gina con il figlio primogenito già giovinetto che pochi anni dopo morì in un assurdo incidente mentre stava facendosi un giro in motorino; con papà Stefano fui presente al suo funerale , la zia Maria era figlia della prima moglie di nonno Menego e i suoi fratelli dicevano che aveva preso dai Giupine da dove proveniva la sua mamma, dicevano che si dava un mucchio di arie ma ormai aveva superato i sessanta, il suo fascino giovanile si era un po’ sbiadito ma io la ricordo donna elegante, poi la zia Gheta che al dire di papà Stefano che in quel giorno si erano rincontrati parlando delle zie sopracitate si dicevano che erano state fortunate, che si erano ben sposate e potevano permettersi di non lavorare, portare bei vestiti e anche andare dalla pettinatrice (parrucchiera) mentre zia Elisa dette Pina, zie Domenica detta Menega e zia Cecilia sopravvivevano nella valle con pochi soldi e tanto sudore, insomma bonariamente adesso si direbbe che le zie che erano andate giu alle piane se la tiravano un po’. Io però aggiungo che se appena potevano facevano ritorno alle origini significa che il senso dell’amore non le aveva per nulla abbandonate , “anzi. La zia Felicita e la zia Giulia detta Gina erano di un’altra pasta, la zia Felicita da me considerata la più bella,oltre a partecipare attivamente alla attivita contadina e di malghese della sua famiglia per tre quarti Baerbela gestiva un negozio di merceria giù a Govine e quando si andava da lei, non si poteva uscire dal negozio senza avergli comprato qualcosa. Zia Giulia detta Gina la vedevo come la donna da sposare, era maritata con Francesco Tomasoni” figlio di primo letto di Giovanni Tomasonidetto Gioanì Barsilì” marito della sorellastra Caterina, primogenita di nonno Menego .

Neppure loro erano mal sposate,la famiglia a cui si era accasata erano malghesi ,residenti nella zona di Bratto paese montano della val Seriana,esattamente area Donico della Presolana,dove del Gionì “Barsilì Francesco Meneghel ne aveva sposato la sorella: di zia Gina mi piaceva il portamento semplice e sicuro, essendo di soli tre anni più anziana di papà Stefano se potevano stavano seduti vicino a raccontarsi, come si dice adesso c’era un gran feeling. Tutti! si volevano un gran bene, e quando arrivati nel paese di Fraine ci fermavamo alla Stella Alpina o dal Carlì, dove meglio trovavamo una tavolata adatta a noi, toglievamo dalle spalle i nostri zaini, le mamme mettevano nei piatti che si erano portate, il loro buon mangiare, i ristoratori portavano insieme ai calici dei boccali di vino e della gassosa, c’era chi con una coltella ben affilata faceva con il salame delle fette molto grosse e se ne vantava, a chi invece piaceva tagliarlo nella classica fetta di rappresentanza, mentre le donne prima tagliavano e poi toglievano il guscio dalle uova trasportate precotte, poi si toglieva dallo zaino olio aceto e sale e si condivano, a me piaceva quel mangiare, l’appetito! Non mancava a nessuno. Gustare quei panini aveva un sapore speciale, li, forse il mio primo bicchiere di gazzosa,mentre i calici di vino agli zii faceva ad alzare la voce, non si capiva se litigavano o si prendevano in giro: le zie arrivata la Celesta, si mettevano a cantare, mentre una fetta di torta per tutti, non si faceva mancare. C’era una gran baraonda, ma il più bello era quando arrivavano i ritardatari: il parentado! Si univano con abbracci e gran strette di mano, erano i cugini beli di Gussago, a sentir loro!?Se la tiravano alla grande, erano figli e nipoti di Giovanni Francesco detto “Belo” e Pe Angela “Giupina”, Angela era sorella di Margherita prima moglie di nonno Menego sposata nel 1888. I cugini Beli” si distinguevano tra quelli rimasti in Val palot, grazie al solo Giuseppe Pe sposato Caterina Felappi di Fraine ed erano stati soprannominati “i “Patate “ ,mentre gli altri fratelli! Sempre figli di Giovanni Francesco, erano emigrati nella zona di Gussago Brescia, lasciando fino da novelli sposi, ho poco più l’abitazione nativa, ubicata nel centro della Val Palot.

Di Giuseppe detto Giosep patatò cugino di primo grado dei meneghei! C’era il Luigi ancora giovanotto con i fratelli Giovanni detto Nino, Giuseppe detto Bepi, e l’Attilio, gran parlatore, che si vantava di essersene andato nelle basse a fare soldi, a volte si vedevano anche le sorelle Agnese, Paola, Domenica, ed erano molto belle, che a sentire lo zio Angelo “Delisi”! se la tiravano pure quelle. I Beli di Gussago erano una buona tribù Li sentivo parlare con la cadenza dialettale del classico brescino con la s.. e con la zetta ben coincisa “andom an sò o andom anzzo..a . me mè pias ,,al pa col salam. zole sè mangiò be !. Alla messa giù alle Longhe si vedeva anche Caterina detta Catì, altra figlia di Giosep Belo,ma lei saliva di corsa verso la sua locanda Togni in Val Palot che gestiva con il marito Felappi Giacomo e le figlie.

C’era poi la schiera dei Barbei, lo zio Giuseppe detto ”Pepo” l’ho visto poco in quel giorno dedicato alla Madonna, ma sul tardo pomeriggio appena riuscivano a scappare dal loro nonno Giuseppe detto “Barba Omo”, quello dei tre matrimoni, ma che solo nel primo ebbe figli. a presenziare la famiglia dello zio Pepo e della zia Felicita arrivavano due dei suoi baldi giovinetti, erano il Luigi e il Felice, si inserivano di gran carriera nell’ardita compagnia, dai più vecchi ai più giovani si facevano volere un gran bene, erano già capaci di intonare le canzoni, che ancora oggi noi cantiamo quando ci ritroviamo, e prima del calare della sera arrivavano l’Angelo detto “Pepuli” con il fratello Silvestro, questi erano figli di Antonio detto Barba Tone, mentre il Celeste detto Celest con il Gianni che erano figli di Angelo detto Barba Angel facevano gran coppia, prima al banco a bicchierini, poi a tresette e alla mora, cantavano tutti insieme a squarciagola, e poi il Santo e Giovanni detto Gioan Barlafò, figli di Pietro che da anni si era trasferito a Leno. Pietro era il primogenito di Giovanni Silvestro Barbel bisnonno della mia generazione di meneghei e barbei. Non mancavano nemmeno lo Stefano del Ruc, il fratello Giovanni detto Gioanela e il Giuseppe dei Giupine, venivano con i loro figli, quello che mancava di meno era il Dino, una volta, vidi anche Angelo detto il Barba pastore che abitava però già da anni nelle basse, ed era il figlioccio di papà Stefano, che gli voleva un gran bene.

Verso le cinque della sera, il parentado assumeva le caratteristiche di una vera e propria tribù, arrivava anche il Vittorio dei Santine, che anche lui di cognome faceva Pe, ma nel suo caso il grado di parentela forse è un po’ più lontano, ma anche lui con i suoi amici si inseriva a squarciagola. Si parlava fra tanta gente, la fisarmonica suonava e da quel momento si rivedeva il Giovanni Pe detto Gianni dei Subiot, quello che in quella triste mattina di febbraio trovò nonno Menego a terra finito, era lì con la sorella Margherita detta Rita, con i figli Bruno e il Margi, che era proprio un tipo! Lo ricordo col cappello da cowboy già giovincello ballava e spaccava i cuori delle belle donzelle. I Subiot detti anche i Bala per via della gran vena festaiola di cognome facevano Pe ed erano pure parenti, non mancava mai neppure l’Amorino sono in tanti, in tanti abitano a Lumezzane,i Sobiuoc discendenti di Pietro e Maria Colosi fratello di Francesco mio trisavolo ucciso dal fulmine e di Giuseppe che poi generò i Giupine. E la fisarmonica suonava, quanta gente che saltava si credevano di ballare, anche senza la pedana, si sentiva chi parlava dei mancanti, e di chi si era rivisto, dei Pè accentati e di quelli non. Si faceva gran confusione, sentivo parlare dei Bragai, mandriani della Val Trompia, che pure loro di cognome sono Pe cugini dei Barbei e di mia nonna dei Galei. Il sole lo si vedeva scendere oltre le cime che stanno sul’altra sponda dei monti della vale camonica e del monte Pora, era sera ma il gruppo non si scioglieva,sii qualcuno andava nelle altre osterie, se c’era un automobile andavano ai Togni o alla Stella della Val Palot a consumare gli ultimi resti di voce rimasti nelle corde vocali. Alla Stella del Pierulì, o alla locanda Togni della Catì, dove si organizzavano lì al momento grandi partite alla briscola, o alla morra, che per me era il giuoco che più mi affascinava. Io stavo vicino però a mio zio Angelo detto Delisi , perché alla briscola si giocavano il gelato, e quando vinceva! A me ! Degustare lo faceva… Invece il Gennaro e il Beniamino, che erano i cugini, che a me abitavano più vicini, sono i figli del già allora defunto zio Antonio detto Tone del Galei e della Domenica detta Menega, che assieme alla Pòpa erano figlie del “Barba Omo”, loro1 preferivano stare con il Lino oggi detto il cobeca” che guardava suo padre Polone che alla mora era un portento.

All’imbrunire! Si vedevano arrivare, Ulivo e Renato, che di corsa erano tornati dall’alpeggio, e non volevano perdere almeno gli ultimi momenti di quel dì di festa…. Nel 1962, nel giorno di devozione alla Madonna, nel pomeriggio di quel 2 luglio, era il giorno delle Cresime ,e anche ,della mia! Alle ore sedici, come tutti i cresimanti, io col mio padrino, lo zio Angelo detto Delisi, che per l’occasione mi regalò un paio di scarpe di vernice di colore blu scuro, e mi ero messo il vestito che papà Stefano mi aveva comprato a quadratini del tipo Pied Poule che si usa ancora adesso . Ci trovammo sul sagrato della chiesa di San Lorenzo, quel giorno c’era sì la banda, ma non ero andato in processione, eravamo un po’ in ritardo. Io e mamma Lice aspettavamo con impazienza papà Stefano, che in quell’anno pure lui aveva abbandonato la valle, aveva venduto le sue poche mucche allo zio Polone e allo zio Angelo Delisi, eandò come mungitore nella stalla del nipote Domenico Boldini, figlio di quella sorella Maria ben sposata giù alle basse, a “Malpaga di Calvisano Brescia. Papà Stefano arrivò, quando la messa solenne era terminata, lo vidi scendere da una automobile, gli corsi incontro ad abbracciarlo , siamo stati un po’ insieme..nell’aria non so il perche , ma non senti quel calore vissuto negli anni passati! Qualcosa era cambiato… verso le ore quindici, salì di nuovo su quell’auto e con tristezza lo vidi ripartire. C’era tanta gente, ma per me, per il momento tanto atteso, con tanta devozione e commozione come i catechisti mi avevano insegnato, non vidi nessuno, senza il mio papà che non voglio biasimare, ma non c’erano neanche i miei ben voluti zii di Vissone. Comunque ci mettemmo lungo la navata della chiesa di San Lorenzo, passò il vescovo e mi segno con le due dita sulla guancia .

Negli anni a venire! Partecipai altre volte lungo il mio cammino della vita ,a quel dì di festa,man mano, quante persono non ho più visto! Sono trascorsi gli anni…….. Ancora i Frainesi scendono a piedi , portano la madonna , ornano la strada, illuminano il campanile ,vanno in processione , giù alla chiesa! sempre bella.. di nuovo rinfrescata!La madonna delle Longhe……. Mi rivedo in quello scenario! Così piacevole agli occhi ….. Ho raccontato facendo scorrere la mente con il mio pensiero rivolto a quell’amore che leggevo nello sguardo delle mie…. genti.. >Genealogia In questo scritto Ho raccontato di Franceco Pe Ucciso da un fulmine nella malga Fontana secca”o sesa” è mio trisavolo Maritato Cattarina Cottali,dal loro matrimonio oltre a Giovanni detto il bell, è nata, Maria Pe nel 1816 sposata Pedro Fettolini Dei detti Sapì.

Ecco l'arrivo dei pulman La detta corriera,a fraine E in quel delle longhe nel giorno della festa

Nessun commento presente.

Nessun trackback