Alla ricerca di immagini, tradizioni e aneddoti  perduti

Alla ricerca di immagini, tradizioni e aneddoti perduti


In queste immagini ci sono aneddoti e tradizioni antiche, che sembrano appartenere ad un mondo lontano, lontano da noi…ma vicino alle nostre radici. Continua >

scenari montani pisognesi

Pisogne

potete notare dall'alto la bellezza di queso nostro paese, tra lago e scenari volti a mezzogiorno

  • Ogni paese o città ha la sua storia un nome e una derivazione.

  • A Pisogne, io gli dedico una poesia,
  • che racconta anche un filo di storia mia.
  • Leggendo e rileggendo della storia di Pisogne per questo nome
  • e  la sua derivazione
  • per il poeta da scoprire c’è ben poco.
  • Io ridendomi un po’ sopra,                      riesco a dire
  • zona pisognese.
  • E visto che da anni non gli vivo assai vicino,
  • di questa zona pisognese
  • non posso stargli lontano più di un mese.
  • Sono nato nel suo piccolo ospedale,
  • ai giorni nostri…        solo agli anziani…
  • rimasto ospitale.
  • La zona è vasta!
  • Da Toline,       al lago..      al lido..al piano ,    e poi su boschetta
  • e la Rovina!!!     Che...
  • A me! Sembrava… assai divina
  • Continua >

    La vita di Beniamino Pe

    La vita di Beniamino Pe

    Biografia di Beniamino Pe

    Era nato il 16 ottobre 1952, ,figlio di cugini di primo grado, Antonio detto Tone’ Meneghel dei Galey, e Rosa DomenicaPe, detta Meneghò Barbelò-dè.. lah.. margiulì.. . In lui i coniugi riportarono il nome dell’ultimo fratello di Antonio rimasto disperso nel 1945 durante la seconda guerra mondiale. (Questo che vedete ritratto è Beniamino Pe fratello meneghel detto Lino nato nel 1921 disperso). Continua >

    La storia del palo della cuccagna

    La storia del palo della cuccagna

    Che faticaccia ad arrivare per primo in cima al palo della cuccagna, a stare a guardarli è proprio il caso di dirlo! Chi vince è un portento, un gladiatore. Il palo della cuccagna! È uno dei giochi riesumati o forse mai lasciati, sicuramente mai dimenticati, è un gioco, come il tiro alla fune, la corsa nei sacchi, quella degli asini, poi c’è quella delle oche,o la gara tra cani pastori che con un fischio devono tornare a casa ,pecore e montoni. Non hanno però ancora riesumati quella dei leoni, pensate!


    il Palo della CuccagnaBisognava essere i più veloci a farsi mangiare in un sol boccone, eravamo però ancora ai tempi dei romani e dei cartaginesi, tutti domatori, ma di schiavi o disertori. Ma come nacque il palo della cuccagna? C’era già, alcuni secoli fa, un paesello di montagna, situato, tra gli ottocento e i mille metri, dove, verso il 15 di Agosto, anche le persone che se ne erano andate ,facevano ritorno. In quel paesello esistevano piantagioni di frutta di molti tipi, in gran quantità e di ottima qualità, ma come si sa ogni frutto ha un suo periodo di maturazione, e per Agosto alla metà anche a quell’altezza per il frutteto era poca e non di tanta bontà. C’era però! Il sagrestano, che pensando e ripensando, una notte sognò un albero pieno stracolmo di frutti di ogni tipo che maturavano nelle piantagioni del suo amato paesello.

    Così al mattino, allo spuntare dell’alba, il fantasioso sagrestano si svegliò, si alzò e di gran carriera corse nel frutteto parrocchiale, scelse la pianta più robusta, e in un battibaleno staccò dalle piante fruttifere che lo circondavano i germogli di tutti i tipi di frutta, e li innestò nei rami di quella robusta pianta. Tutto questo senza che nessuno lo vedesse e ben prima che suonasse l’Ave Maria. Gli innesti germogliarono in poco tempo, anche la luna fece il suo corso. In quella pianta maturarono frutti di ottima qualità, di una bellezza irreale e di un sapore dolcissimo. Il parroco, accortosi di quel ben di Dio, chiamò a se chierichetti e giovincelli che frequentavano l’oratorio, e mostrò loro la pianta delle meraviglie. Sembrava ornata di colori tenui, concertati tra svariate tonalità e specie di foglie verdi.


    Il sagrestano tirava le corde delle campane echeggianti a festa, e in un battibaleno si sparse la voce nel paese tra i casolari del circondale, le ambasciate raggiunsero valle e città. Eravamo ormai sotto quel dì di festa! Nessuno si fece attendere, giovanotti e giovincelle si vedevano e si sentivano, arrivavano mormorando e cantando da ogni itinerario, tutti a passo svelto si addentravano nei vicoli dell’ormai decantato paesello. Stavano in processione ad attendere per poter salire sul magico albero, dalla sera alla notte, e le donzelle sotto, in attesa di aspettare che finalmente il loro gladiatore scendesse da quei rami, portando loro in dono qualche desiderato frutto. La sera era stellata, e la luna illuminava la notte, poi l’aurora, il sole saliva alto e di nuovo stava tornando il tramonto, purtroppo anche la meravigliosa pianta era ormai quasi spoglia. Tanti, tanti ancora erano in attesa tra i colori del tramonto, si vedevano però ancora alcuni grappoli di frutta di ottima qualità sulla cima, erano ancora in tanti a voler salire nonostante il pericolo e la difficoltà.


    Allora al sacerdote gli venne un’idea! Fece chiamare tutti in radunanza, dalla chiesa al sagrato, salì sul pulpito e disse: “Non pensavo! Una pianta meravigliosa, stupenda, ma pur sempre un pianta, riuscisse ad attirare a se tanto piacere e attenzione, e non poter accontentare. Cari giovani, non ci resta che giocare. Andremo nel bosco! Il pino più alto taglieremo, qui sul sagrato lo porteremo, dalla scorsa lo puliremo, poi, di strutto, lo ungeremo, e di nuovo lo innalzeremo. Ecco il gioco che inventeremo! Chi vorrà salirà, ma attenzione, solo chi per primo la cima toccherà vincerà, così potrà finalmente salire i lunghi rami della meravigliosa pianta e cogliere quei pochi ma tanto desiderati frutti.” Ho scritto questa che non so se è una storiella, fiaba o poesia, so che l’ho dipinta nei pressi dove nacque la vita mia.

    Pezzo di Cuore

    Pezzo di Cuore

    Attraverso le parole incise dentro questo mia poesia , ti dono a piene mani il mio essere e cosa hanno rappresentato per me vicino o lontano , il tuo donarti ,il tuo sapere dare senza volere nulla in cambio ……… A te cara zia Cecilia Bonometti

    Pezzo di cuore

    Per te era ormai giunta la sera

    Al mattino

    Fra l’alba e il

    chiar di luna

    te ne sei andata …con l’arrivo dei primi stormi di rondini

    sei volata con loro!

    sei volata in alto!

    in alto!

    molto in alto

    più in alto della luna

    Lassù, nel firmamento

    dove la tua luce si è fusa con quella

    delle stelle

    In questa notte luminosa e serena

    Il tuo corpo ….. e un sorriso indelebile

    Questa è la prima notte

    che dormi il sonno infinito

    dopo questa vita terrena

    Scrivo come in un canto

    Un inno …

    Questo pezzo di cuore

    Vorrei !

    Vorrai !… Vedere i tuoi generati dormire dopo notte insonni

    Accanto a te

    Dormiranno un sonno di liberazione

    Si sveglieranno

    Tenendo vicino il suo

    Il tuo pezzo di cuore

    La mia mente è sveglia

    Sta pensando … dopo il mio ultimo bacio al tuo viso

    Al tuo, mio, amato viso

    Lo ammetto

    Quante lacrime ho dentro,

    le dono al profondo di una sorgente

    Lo sento

    Piano, piano usciranno

    Scenderanno verso valle,

    andranno negli abissi

    dove confondi cielo e mare

    Dolce e amata zia Cilia

    Ora riprendo il mio pezzo di cuore

    Mi serve per vivere

    per camminare

    per amare

    Come hai fatto tu!!!

    Pezzo di cuore

    Tu mi hai accolto al tuo tepore , hai ascoltato i miei vagiti,

    asciugato le mie prime lacrime

    con le tue carezze

    Oh pezzo di cuore

    non lasciarci mai soli

    Non mi resta che dirti Ti ricorderò

    Con amore

    Tuo Fulvio

    REDUCI CON DISTESO GIUSEPPE PE...

    I Bragay o i Pe di Bovegno Val Trompia

    

    I bragai

    Ero un bambino, il tempo di frequentare la scuola alla prima elementare non era ancora incominciato,  ma era prossimo arrivare.

    Un mattino di maggio, come da secoli era usanza dei malghesi valligiani, si saliva al pascolo portando l’occorrente indispensabile per iniziare la tradizionale stagione estiva. dell’alpeggiare .

    REDUCI CON DISTESO GIUSEPPE PE...

    Così, quel giorno, papà, dovendo assolvere al rituale  impegno, e non potendo altrimenti, si fece prestare il mulo da mio nonno materno Alessi Giovan Maria.

    Papà, quel mattino, salì di buon’ora presso la cascina “Alpi” che è ubicata qualche casolare sopra la nostra abitazione , così al mio risveglio vidi il mulo dei nonni Cotolane!Era  legato agli anelli del catenaccio  della chiusura del portone che divide il porticato sito nella zona anteriore al nostro casolare“ e al fianco della secolare fontana di casa Galei”.

    Papà era un uomo a suo modo molto ordinato e mattiniero, diverso da me, era ancora l’alba e già aveva vestito il mulo di briglia e basto. Lo guardavo…. Quanti occorrenti su quel groppo! Farina da polenta, pasta riso,sale, zucchero caffè, aceto, olio,e ancora cagli, salnitri, mastelle, paioli,e poi scodelle, posate, ricordo persino un fiasco di vino. Quante cose! E poi legarle, non vi dico tutti quei nodi.

    Era un mattino nuvoloso e non prometteva niente di buono come la maggior parte di quei giorni di inizio primavera, comunque corredati di ombrello e tabarro partimmo di buona gamba, salimmo, salimmo, salimmo, e arrivammo al Marucolo, scendemmo leggermente e camminando lungo un falso piano, e fra un fitta nebbia arrivammo alla  detta Pozza dei Bagni.

    Li nei pressi!  Incontrammo un signore  più o meno della stessa età del babbo,ed era in viaggio in groppa ad un grosso asino di colore grigio scuro ,

    in quel periodo il babbo era un uomo sui quarant’anni, i due si conoscevano, si salutarono con gran calore e si misero a chiacchierare con all’incirca la stessa cadenza dialettale.

    Di quel dialogare ho dei frammenti ben incisi dentro la mia memoria, papà disse:

    “Te… Gioann… an do sif  stacch’, stan veren col besciam”, e lui rispose:

    “ an sira de proeff ai bragai”, e papà:” Al set mia tè che ii è me parecch? Qela desendensa lè!” e il signor Giovanni di rimando “Pota certo! G’è Pe po’ a yurr!”.

    Giovanni, ricordo, si esprimeva con la erre moscia: “ Ma ei de ki poh’?”.

    E papà: “ Potò! La me l’ha cuntat la me mamò, che an sò’ barbò, de lur! I Bragai! lLira an fredel del so’ nono. Ii gnia vià de Palot! E la so fomna l’ira dei Versoele, na Felapò, le l’ira delà desendensaò dei Sciufe. Lur qei Felap lee ii gnia vià delà ‘al Trompiò.”.

    Era così che si raccontavano lungo il sentiero…..e nella traduzione

    Papà chiese al signor Giovanni? “Dove avete svernato con il vostro bestiame?”E Giovanni…

    “Eravamo dalle parti dove svernano anche i Bragai!”E

    Babbo…

    “I Bragai? Ma lo sai che sono miei parenti!? I discendenti provengono dalla Val Palot!”

    E Giovanni

    “E già! Pure loro di cognome sono Pe.! Ma da quali?”

    “Me lo ha raccontato mia mamma, il capo stirpe emigrato, era fratello di suo nonno paterno ,(cioè bisnonno di papà!”) E poi continuando… “Sua moglie era una Felappi, di quelli che vivono in Verzuola, e sono discendenti dei detti Sciufe, che provengono dalla Val Trompia.”.esattamente dai Prati Magri.

    Arrivammo così nei pressi delle malghe “Val Maione” e “Splaza”, fu lì che Giovanni prese un’altra direzione. Parole di convenevoli, ci salutò, mi diede un buffetto, salì in groppa e prese un’altra direzione.

    Immmagine di repertori questo che vedete è giovanni silvestro detto (Barbel) nato nel 1852 nipote di primo grado essendo figlio di Pietro ,che è fratello di Domenico Pe detto il Bragay

    Quell’incontro! Rallentò enormemente il nostro tempo di marcia, papà conosceva bene  quell’itinerario. Arrivammo all’inizio del colle Dosso rotondo ed era abitudine di buon consiglio che, con mandria o bestiame la dritta parete venisse  oltrepassata dalla cima, e non dal sentiero di mezza costa; ma papà, visto l’orario e visto il nostro ritardo, lo volle attraversare proprio dal più rapido ma impervio sentiero.

    Babbo….

    Era attento scrutatore degli amati monti, durante l’attraversata era sua abitudine e piacere fermarsi ed indicarmi gli scenari paesaggistici che si possono ammirare guardando da monte a valle, e lì… fra una nube e l’azzurro soleggiato, quanti orizzonti….. si notava il monte Guglielmo e gli scenari circondari.

    Papà sapeva raccontare! Amava le mie curiosità di fanciullo,e per me le sue parole sapevano di fiabesco. Mentre scrivo mi scorrono i ricordi di quegli istanti.

    Teneva il mulo per le brighe, ed io la coda.

    Parole come in uno scenario dipinto……

    “I noss vecch ii naa an zo’ de là con le ‘ache! Ghe ‘ulìa set dè a naa an Bresano. Pota ghe ira mìa le galerie de Tuline  El.. è Marù.  Ghira de ambarcal al besciàm. Ghe ‘ulìa i solcc, ma ghe nira gneù. Forse ii saaia gnàc come ii ira facch!”.

    Papà era così! Amavo ascoltarlo se era di buon umore.

    .Il suo raccontare  era  confine tra, sprigionare sapienza retorica e fantasia,il dialetto fuso tra il bresciano delle basse, e  il bergamasco di valle ,in oltre, papà essendo stato  fatto la prigioniero di guerra in Algeria aveva imparato alcune parole in francese,ed era suo piacere esclamare frasi in quel linguaggio.

    Ecco il significato di quel suo raccontare…..

    (I vecchi per scendere alle basse con il loro bestiame da secoli seguivano vari itinerari di .transumanza.

    Se erano a Val Palot salivano Foppela, poi Pontogna, aggiravano la costa del Guglielmo dalla parte valtrompiese, passavano Pontogna    ….e poi.. quanti itinerari.. nei suoi racconti.. sulla  la vita dei mandriani,(e descrivendo,) mi diceva… (Anche a me l’hanno raccontato … tramandato; fin da un tempo lontano: non c’erano…. le gallerie che da Toline portano a Vello  poi a Marone.

    Il bestiame!.. Imbarcarlo costava una fortuna, di soldi non ce n’erano, e forse nemmeno li conoscevano….. quella camminata… quel costone…. puntava il bastone tra un raggio di sole… dicendo ….“ là c’è Colio”, e poi …..“ mandriani di Coglio  più non ne voglio!”)

    Ed io

    STALLA DEI BRAGAY AI GIORNI NOSTRI PROSEGUENDO L'ANTICA TRADDIZIONE

    “ cos’hai detto?”, Nel mentre! arrivammo nei pressi di un ruscello, disse “quello è un ruscello di acqua fresca e pura”.

    Che arsura lungo quel sentiero, si sudava e c’era il gelo, ma dissetarci sembro come una manna caduta dal celo !  Misi la testa in quella fontanella formata con sassi, terra e  sabbia, era tutta fanghiglia ed erbetta, bevvi intensamente, fin che papà mi disse “basta, che ti farà male!Cosi  abbassò la testa lui per dissetarsi”  e in quell’istante lasciò scivolare dalle mani la corda collegata alle briglia del Mulo , e proprio in quegli istanti il povero animale si rovesciò all’indietro, un salto mortale dopo l’altro lungo la rovina di quel costone.

    Quel costone, quegli istanti… papà preso dall’angoscia e dalla disperazione ormai il nostro mulo era scomparso dalla nostra vista, era ormai giù, tra un cespuglio e un rododendro, ed io…. “Papà! Papà!” e lui “Te sta che, moeet mia che l’è periculus!”, Mi lasciò il bastone e scese attaccato a quell’erba rigogliosa, ma dopo un istante vidi il nostro mulo che a salti con ancora il basto attaccato cercava di risalire da dove era caduto.

    Vidi il sacco della farina che si staccò, anch’io avevo quasi raggiunto papà.

    Il babbo cercò di afferrarlo ma non vi riuscì, il mulo con scatti poderosi, decisi e incisi, raggiunse ben prima di noi il punto del sentiero dove era precipitato, e lì si fermò.

    Papà aveva provato la guerra, gli orrori, la fame. E visto lo scampato pericolo, volle recuperare tutto ciò che lungo la rovina di quel costone era rotolato e smarrito, era anche ciò che forse la vita a quel muro aveva salvato, papà con un paiolo fece dissetare il caro mulo e poi ci incamminammo in gran fretta, fino a fuori quel costone.

    scenario da monte a valle

    Portavo tra le mani il paiolo, con dentro un po’ d’acqua per dissetare e rinfrescare graffi e ferite che il povero mulo evidenziava su tutto il corpo.

    Il tempo variava in continuazione,alternando da un sole cocente ,ad una fitta nebbia, e ad intermittenza cadevano scrosci di pioggia.

    Si erano fatte ormai le 11 verso mezzogiorno, avevamo superato la dritta parete di quel costone, e ci stavamo avvicinando ai piedi del monte Muffetto; da quell’angolo papà mi segnalò la baita che dovevamo raggiungere.

    Eravamo stanchi, affamati, la farina era rimasta vicino a quella sorgente, papà legò il mulo a un cespuglio in mezzo a sassi e rododendri, e di buona lena tornò a prendere il sacco della farina, che fortunatamente non si era ne rotto ne bucato.

    Appena papà si allontanò, il povero mulo lasciò andare le gambe , stanco e steso si  addormentò tra le mie carezze.

    Il sole era tornato ed era alto nel cielo, c’era un venticello freddo tra quei crinali, rimasi lì a scrutare gli orizzonti fin che papà fece ritorno con quel sacco di farina sulle spalle, era sudato e aveva gli occhi stralunati,e alla vista del povero mulo disteso ,gli scappo un urlo dispavento e distinto gli diede un pacca sulle natiche, il mulo si alzò di gran scatto, e il papà, vedendolo così arzillo decise di provare a rivestirlo, sistemargli il corredo, caricargli la farina, e qualche oggetto ritrovato lungo il costone.

    Il mulo non batte ciglio e arrivò tranquillamente, dopo circa mezzoretta di camminata     su un sentiero quasi pianeggiante lungo quella maestosa silenziosa e per quei tempi e la mia fanciullezza un posto selvatico ma dentro le mie radici.

    Arrivammo di fronte alla porta della Baita Bassinale, c’era un grosso sasso adiacente l’ entrata, il sole splendeva e la porta della casina era semi aperta, il fuco del camino quasi spento, ma con le  braci ancora luccicanti.

    Papà gridò ad alta voce in dialetto “Gh’è argu?”, c’è qualcuno?,  cera lo zio Giacomo Alessi, fratello di nonno Giovan

    Maria, in compagnia di un giovinetto, un certo chiamato Bùdò.

    I due si erano addormentati su dei fasci di legna con appoggiato sopra un materasso imbottito di fogliame  secco di granoturco umido e affumicato.

    Lo zio Giacomo appena mi vide mi abbracciò con fare un po’ scherzoso, ma di un’affettuosità che porto nell’animo fin da allora.

    Sono emozioni, sensazioni, non li porta via il vento, si tengono dentro!

    Papà raccontò nel frattempo l’accaduto, e nel frattempo il giovinetto Bùdò, accese il fuoco, e poi sulle braci mise la polenta da loro avanzata la fece abbrustolire, così ,con aggiunta di un po’ di formaggio  pranzammo.

    Il babbo si sdraiò sopra una specie di letto chiamato (Benò) e coprendosi con il suo mantello da malghese(detto Pastrano)   si addormentò. Mentre il babbo si stava riposando presi confidenza con un giovinetto chiamato comunemente Bùdò, e mi spiacque lasciarlo; so che qualche anno dopo morì in un incidente stradale mentre erano i giorni della visita di leva, era nato e viveva a Vissone,di Pian Camuno ed era figlio di un certo detto Gionet e una  detta   Natalina.Al suo risveglio Papa molto preoccupato per l’accaduto volle subito ripartire per fare  ritorno in Val palot.

    Il viaggio di ritorno non è impegnativo, come si dice, in discesa vanno anche i sassi, arrivammo all’incirca a metà della cima del dosso rotondo, papà legò il mulo e volle scendere lungo il costone, a recuperare attrezzi e cibarie sparse lungo la rovina di quel costone.

    Recuperammo quasi tutto, persino le posate, risalimmo e ripartimmo per la traversata, quanti casolari si notavano da lassù! Sotto quei monti! .. mi disse …“ vedi là? quello è Redecapp, quello è Prat Noeff, quelli che vedi giù tra quelle ombre, lì! Sotto quel bosco! Quelli !Sono i Prati Magri, è li che vivono i Bragai! sono casine Cascinali come se fosti su nell’ Alpi di tuo nonno.”, così mi raccontò…

    i Bragai!

    ANTICA DIMORA PRESSO I PRATI MAGRI( DEI DETTI BRAGAY) IN QUEL DI BOVEGNO FIGLI DI DOMENICO PE E CATERINA FELAPPI PROVENIENTE DA VAL PALOT

    Chissà perché questo soprannome? Bragai, in dialetto della zona valtrompiese “ol Bragai” significa  fanciullo ragazzeto o giovinetto, ma adesso lo penso, allora non me lo chiedevo, e neanche che fossero di cognome Pe, ma la parola pronunciata parente non me la sono mai scordata.

    Li accostavo ai mandriani di Colio, a quel famoso più non li voglio, chissà il perché! No, non c’entrava nulla, quella era una storia di accordi non rispettati?!.., Chissà il perché? Ma nulla che potesse avere una similitudine con questa stirpe  dei detti (Bragai)

    GIUSEPPE PE FIGLIO DI ANGELO BRAGAY DISPERSO NELLA SECONDA GUERRA MONDIALE

    Ai prati Magri emigrò proveniente da Palot un certo Pe Domenico, uomo nato il 18/08/1827, si era sposato con Felappi Caterina, nata il 20 Luglio 1831 , si erano uniti in matrimonio nella chiesa di San Lorenzo in Fraine, il celebrante fu il parroco Ceresetti Giovanni, era il 5 Novembre 1855 di lunedì.

    La sposa, era figlia di Giacomo e Navali Teresa. Caterina, come già ho narrato, viveva in Verzuola, una grande radura che, in quei secoli, era possedimento della sua famiglia proveniente dai denominati Sciufe, che già nel racconto papà li aveva menzionati.

    Ecco lì c’è una delle motivazioni del perché dell’emigrazione ai prati Magri, ma non solo.

    Per Domenico, ambizioso mandriano, i possedimenti di suo papà erano troppo piccoli, in oltre erano da dividere con fratelli e sorelle.

    Pe Domenico era figlio di Silvestro e Maria Maddalena Gabrieli, la sopracitata mamma proveniva proprio da un piccolo sobborgo di Colio, inoltre il nonno di Domenico, Antonio, aveva sposato una certa Margherita Belesi, che pure lei pare provenisse da quella zona.

    Insomma negli anni a cavallo tra l’autunno del 1876 e il 1878 si trasferì definitivamente ai prati Magri e rimase fino alla sua morte.

    In quegli anni Domenico era ormai cinquantenne, aveva ormai generato ben otto figli, e inoltre aveva con se in famiglia un fratello nubile di nome Giuseppe, che con lui rimase fino alla morte.

    Il primo genito di Domenico e Caterina lo chiamarono Silvestro, ed era nato il 21/05/1858, poi nacquero in sequenza Maria Maddalena il 23/06/1860, Giuseppe il 20/11/1862, Faustino Giovita il 12/02/1865, Pietro Giacomo il 14/04/1867, e Angelo il 08/08/1869,e Angelina nata morta e Stefano nato il 13/12/1877.

    Per Domenico e Caterina i figli erano ormai chi giovanotto, chi adolescente, chi fanciullo, ma ormai tutti braccianti a supporto della famiglia.

    E i cascinali dei prati Magri erano uno sbocco di notevole utilità  per la crescita della loro numerosa famiglia,e fu un’opportunità poter disporre di quella vasta area terriera e per Domenico e Caterina diventò un’occasione irrinunciabile.

    In quegli anni, appena ebbe abbandonato l’alpeggio, acquisì diritto di pascolo e acquistato foraggi prodotti dai  prati  nell’area Prati Magri.di Bovigno

    Caterina per qualche tempo restò in Val Palot, in attesa che i figlioletti finissero l’annata scolastica, che in quel periodo era dato inizio alle lezioni di prima, seconda e terza elementare, Caterina aveva inoltre Stefano che in quel periodo era ancora in fasce.

    Domenico era però ormai deciso ad abbandonare la terra natia, di tanto in tanto tornava in Val Palot, ma oltre che per vedere figlioletti e moglie, per definire precisi accordi e rinunciare alla sua parte di proprietà proprio nei vari cascinali che condivideva con i fratelli Pietro, Giovanni, Giuseppe, Maria ereditati nei lasciti di papà Silvestro, in via Miò nella piana di Val Palot e in altri cascinali esistenti negli scenari della sopracitata valle.

    Fu così, che dopo aver svernato qualche periodo lontano dalla famiglia, si stabilì definitivamente con Caterina, la loro prole e il fratello Giuseppe, nubile, che l’aveva seguito, proprio ai prati magri e in quei cascinali  rimasero fino alla fine dei loro giorni.

    IN QUESTA IMMAGINE DI REPERTORIO ANGELO PE CON LA MOGLIE FOTO PRIMI ANNI 1960

    Come passa il tempo! Questi Pe di Bovigno, Pezase, ma tutti provenienti dai prati Magri; ormai gli imparentamenti si sono allungati, di quei figli in quanti si sono sposati.

    Hanno avuto figli, questi stessi hanno generato altri figli che oramai sono nonni, o se ne sono andati, ma sono tutti generati per mezzo di Pe Domenico e Caterina Felappi.

    I Bragai o al Bragai, ma è così tanto per capirci! Questi soprannomi, meno male che c’erano! Non so dire se il vecchio Domenico era lui il Bragai o era Angelo, o i figli o il figlio, ma c’è chi ha continuato la tradizione del malghese ai prati Magri, ci sono Giacomo, Giuseppe e Domenico.

    Lavorare la terra in montagna costa tanta fatica anche ai nostri giorni, non ci sono lauti guadagni, ma c’è l’amore.

    I Bragai li ho visti, sentiti, qualcuno conosciuto, ormai si sono accasati anche alle basse, da poco hanno abbandonato l’alpeggiare come faceva Domenico.

    Ormai hanno le quote latte! Ho visto Giacomo con la moglie, sono ancora lassù, a curare il loro gruppo di mucche pascolare, e Giuseppe l’ho sentito, il tempo è passato, ma di nulla si è dimenticato, di quelle malghe, di quel parentado molto mi ha raccontato,

    E gli altri? Con qualcuno ho parlato, ad altri poco glien’è fregato, alcuni non sanno nemmeno di provenire dai Bragai.

    Ma Bragai è così per dire, sanno solo di essere Pe, ma se qualcuno si vorrebbe riconoscere basta guardare quei nomi che lungo il racconto ho ben specificato, è abbastanza chiaro.

    Vi ho raccontato niente di eccezionale i Bragai, beh, non proprio tutti, qualcuno di nuovo sarà arrivato.

    Sono stato illuminato per questa storia dal racconto in quel giorno… che con papà, fui lassù con quel mulo… sul  …Monte   Rotondo.

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